COMPAGNIA DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL SANTO ROSARIO

confraternita S. Elena e costantino

 

La storia può accettare il concetto di caso, ma la fede preferisce quello di mistero. Sia caso o mistero, accade che quest'anno di grazia 2010, in occasione della processione del Venerdì Santo che cade il 2 aprile, accanto al Cristo morto di Corleone torneranno i confrati della Compagnia del Rosario, nata - prima di scomparire per consunzione a metà del Novecento - esattamente quattrocentoquaranta anni fa, nel 1570, rigorosamente il 2 aprile. Un segno che ciascuno può interpretare a suo modo in questo rinnovato interesse per i riti della Pasqua corleonese. Di certo c'è che delle storiche confraternite bianche ingoiate dal disinteresse una cinquantina d'anni fa, Maria del Soccorso, Maria Vergine del Rosario, Nome di Jesu e Immacolata Concezione, all'appello continua a mancare solo quest'ultima. I confrati del Soccorso sono tornati a indossare il cammisu lo scorso anno, mentre quest'anno toccherà a quelli del Rosario e del Nome di Jesu.

 

Il segno di cui sopra è ben codificato nell'Assento di numero tre della compagnia, dove è scritto che "la nuova compagnia del SS.mo Rosario fu fondata dentro la chiesa del venerabile convento di San Domenico di questa città nell'anno 1571. Un '71 che diventa '70 già nella pagina successiva. E' la data dell'approvazione della compagnia. Semmai, c'è da riflettere sull'aggettivo "nuova". E' possibile che anche allora si sia trattato di una rifondazione, ovvero, molto più semplicemente, che finalmente, dopo tante vicissitudini, le carte erano andate a posto.

 

I domenicani, patroni della Compagnia, erano infatti arrivati in paese già da parecchio tempo e da tanto tempo avevano certamente il sostegno di vari gruppi laici e pare che l'oratorio del Rosario funzionasse già da almeno sette anni, dal 1563.

 

I frati dal saio bianco erano arrivati a Corleone subito dopo la quaresima del 1547. In quell'occasione, infatti era stato chiamato a predicare Tommaso Fazzello, che oltre ad essere frate domenicano, era soprattutto un uomo colto, uno storico e un ottimo oratore. Le cronache dicono che quel ciclo di prediche, tenuto probabilmente nella chiesa madre, aveva infiammato talmente i corleonesi da portarli a chiedere con ineludibile insistenza che una pattuglia di frati si stabilisse nella loro città. Furono accontentati e a quei frati che si spinsero sotto i due castelli, fu assegnata la chiesa di San Nicola, al Piano delle donne.

 

Era una residenza di serie B, perché il Piano delle donne non era un posto molto salubre. Ma soprattutto non era neanche molto sicuro, soggetto com'era a ciclici e devastanti movimenti franosi. Fu proprio una di queste frane - successivamente - a mangiarsi la chiesetta di Santo Nicolò, prima che venisse ricostruita più a valle, sulla riva destra del fiume.

 

Questi continui pericoli spinsero i frati a cercare una sistemazione più sicura. La trovarono grazie alla donazione di un'area da parte del comune nei pressi delle mura cittadine e della Porta di Fabio. Ciò avveniva intorno al 1554 (l'atto relativo è del 10 settembre). Ci vollero più di trent'anni per completare il convento a metà di quella che oggi è la via Roma e che, sul momento, da quell'importante insediamento prese il nome. Lo sappiamo perché l'11 ottobre 1587 il comune deliberò un contributo di 230 once per completarlo e poiché erano stati i corleonesi a volere i domenicani a tutti i costi, era giusto che mettessero le mani in tasca: 130 delle 230 once, infatti, furono ricavate dall'imposizione di una nuova tassa.

 

Ma se fu completato il convento, per ultimare la bella chiesa in arenaria - cui qualche stolto ha aggiunto un improbabile campanile senza identità - ci sarebbero ancora voluti parecchi anni, tanti da saltare il secolo. Ci si riuscì grazie al lascito di un terzo del patrimonio di don Giovan Battista Scarlata, sepolto con la moglie nel mausoleo accanto all'altare maggiore.
Nel 1606 fu invece acquistata l'attigua casa della signora Maria Mondello per aggregarvi l'oratorio della Compagnia del Rosario.

E così torniamo alla confraternita che, essendo fondata dentro il convento domenicano, sfuggiva al controllo dell'ordinario territoriale, essendo sottoposta solo al maestro generale dell'ordine. Ma le cose, più o meno chiare sulla carta, si ingarbugliano poi nei fatti, specialmente quando ci sono di mezzo interessi materiali. E infatti non mancarono lunghe vertenze a colpi di sentenze e di scomuniche.


I confrati, di famiglie nobili e civili, avevano l'obbligo delle opere di pietà e beneficenza. Recitando ogni settimana devotamente l'intero rosario, ottenevano per concessione papale "sett'anni e sette quarantene d'indulgenza", e ancora "a detti fratelli costituiti in articolo di morte che hanevano preso il SS. Mo viatico, l'indulgenza plenaria e remissione di tutti i peccati."

Vestivano il sacco bianco con una corta mantella nera sulle spalle. Nero anche il cordone. I confrati che quest'anno torneranno a sfilare sulla via crucis corleonese, hanno naturalmente confermato quest'abito, aggiungendo due particolari. Anche il nastro sul petto sarà nero e tutti porteranno al collo un ovale ricamato con il monogramma di Maria.


Nonuccio Anselmo