A 542 metri sul livello del mare, sulle tracce dell'antica strada che dalla costa settentrionale della Sicilia conduceva ad Agrigento, sorge Corleone.
Dai costoni rocciosi che circondano l'ameno paese dell'entroterra palermitano ci si può affacciare come da un balcone per godere un fantastico scenario.
Laggiù l'abitato, con le case affastellate le une sulle altre quasi a formare le tessere di un mosaico e l'aggrovigliato ordito delle stradine che salgono e scendono lambendo chiese, conventi, palazzi patrizi ed umili dimore.Laggiù l'abitato, con le case affastellate le une sulle altre quasi a formare le tessere di un mosaico e l'aggrovigliato ordito delle stradine che salgono e scendono lambendo chiese, conventi, palazzi patrizi ed umili dimore.
Corleone è adagiato in una conca cinta da singolari rocce che l'erosione ha modellato in forma di bastionate e torrioni. Due alte ed isolate rupi, le cosiddette "Rocche gemelle", dominano il paesaggio: la Rocca Soprana (su cui svetta la torretta cilindrica denominata "saracena" ma di dubbia datazione, già in rovina nel XVIII secolo e recentemente restaurata) e la Rocca Sottana (sovrastata da un eremo francescano).
Qui la natura non finisce mai di stupirci. Le "Cascate delle due Rocche", la vegetazione, le profonde pareti a strapiombo delle gole che circondano il paese, fanno da cornice ad una scena quasi surreale.
Antico centro siculo - punico, fortezza bizantina e poi araba, città demaniale sotto Federico II (che nel XIII secolo vi insediò una colonia di Lombardi), Corleone dalla metà del 1400 fu feudo dei Ventimiglia, dai quali si affrancò solo nel XVII secolo.
L'attuale impianto urbano risale al nono secolo dopo cristo 1500 ed è caratterizzato da numerosi edifici sacri, la cui edificazione precedette e seguì l'insediamento degli ordini religiosi, tra cui gli Agostiniani, i Domenicani e i Cappuccini.
Centro della vita sociale del paese è la piazza Garibaldi, dove prospetta la Matrice dedicata a San Martino Vescovo (di antica e incerta fondazione, ristrutturata alla fine del 1300 e, nella forma attuale, alla fine del 1700).
Il centro storico, labirinto di pietre, volti ed emozioni, riflette il carattere e la sensibilità della sua gente. Tutto è nuovo e antico al tempo stesso. Qui, passato e presente si fondono nella ricerca di un futuro a cui nulla sfugga degli antichi eventi.
Gli aspetti della vita religiosa hanno inciso sulla storia di Corleone molto più che gli aspetti civili. Se questi ultimi, infatti, hanno assunto l'aspetto della straordinarietà, è frutto della spontaneità la costruzione di tutti quegli edifici religiosi che hanno fatto denominare Corleone "la città regia delle cento chiese", frutto degli oboli, dei legati, dei concreti contributi della gente di Corleone. Ecco perché - come scrive Salvatore Mangano nella sua preziosa opera 'Antichità a Corleone ' - "se le chiese di Corleone trionfalisticamente non quantificano la religiosità del nostro passato, certamente indicano un passato, una storia, una civiltà, una cultura".
Le chiese e le strade del paese sono il teatro di quella complessa manifestazione del linguaggio rituale che è la Settimana Santa, espressione genuina e spontanea della religiosità e della pietà popolare, sorta di drammaturgia sacra, che attraverso azioni e drammatizzazioni ripropone, con fede e speranza, gesti ed eventi relativi al Mistero della Passione e della Morte di Cristo. Non è 'una' festa ma 'la' festa. Non occupa un determinato tempo, ma 'tutto' il tempo; non 'uno' spazio ma 'tutto' lo spazio. Il rito della rigenerazione della natura e dell'umanità richiede non solo partecipazione totale ma anche l'utilizzo di tutto lo spazio esistenziale della comunità, che in tal modo si riappropria del territorio.
Dal Giovedì Santo alla Domenica di Pasqua il popolo di Corleone partecipa alla liturgia in una dimensione di solidarietà e coralità, di raccoglimento e commozione, che nulla concede allo spettacolo; esce dal quotidiano e vive la comunione dando spazio ai suoi sentimenti, alle sue emozioni, con la totalità del linguaggio corporeo, con la gestualità, con il canto, con gli aromi, i colori, il pianto, il grido, mai dimenticando che tutto ciò che accade è direttamente collegato ed ispirato all'esperienza cristiana.
La rievocazione, nella Domenica delle Palme, dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme e, nel pomeriggio, la solenne Via Crucis per le strade del paese (con le stazioni commentate dai rappresentanti delle parrocchie e dei vari movimenti ecclesiali), inaugurano il semplice e austero clima penitenziale della Settimana Santa e preparano alla celebrazione, nel Giovedì Santo, della messa "In Coena Domini".
Al tramonto, nella Chiesa Madre, si commemora il momento in cui Cristo, poche ore prima di offrire la sua vita, istituì il dono dell'Eucaristia, e si drammatizza un gesto compiuto nell'ultima cena, "la lavanda dei piedi", con cui volle consegnare ai suoi discepoli il comandamento dell'Amore.
Partecipano alla sacra celebrazione con l'abito proprio le confraternite, i cui membri si comunicano in preparazione alla Santa Pasqua.
Al termine della messa, l'Ostia Consacrata viene riposta in un'urna all'uopo preparata (popolarmente chiamata 'sepolcro'). Dopo la funzione, i confratelli, i gruppi parrocchiali guidati dai parroci, tutto il popolo dei fedeli, iniziano la tradizionale visita ai 'sette sacramenti'; fanno, cioè, il giro delle sette chiese dove sono stati allestiti i 'sepolcri': la Chiesa Madre, Santa Rosalia, Sant'Elena, Santa Maria di Gesù, Madonna delle Grazie, San Leoluca, e Santuario dell'Addolorata il Santuario dell'Addolorata, Madonna delle Grazie, Santa Maria di Gesù, San Leoluca, Sant'Elena e Santa Rosalia. E si ripete quel rito che, già parecchi secoli fa, usavano compiere i confratelli del movimento religioso popolare dei 'Bianchi dell'ospedale'; un rito denso di spiritualità, riflessione, devozione. L'atmosfera è mesta. Si prega.
Gli altari allestiti davanti all'urna dell'Eucarestia sono adornati di fiori, piante, candele e dei cosiddetti "lavurieddi", piatti nei quali i semi di graminacee (messi a germogliare al riparo dalla luce, coperti con bambagia umida, e periodicamente innaffiati) sono diventati esili e fragili piantine dal colore verde sbiadito. L'interramento del seme che sorge a nuova vita è la metafora del Cristo che risorge dopo la morte, ed esplicitamente rimanda a quella energia vitale del ciclo vegetativo che rivive e si celebra nel tempo di Pasqua.
A mezzanotte le confraternite giungono al Santuario dell'Addolorata. Qui la veglia di adorazione durerà tutta la notte. Il tabernacolo è vuoto. I simboli della vita sono sospesi. Le luci degli altari spente: solo l'altare della Reposizione risplende, a ricordare che Cristo è vivo e presente, ieri, oggi e sempre. Da questo momento e fino alla notte della Resurrezione nessun altro suono più si udirà.
Il nuovo giorno, un lungo giorno, incombe su Corleone denso di foschi presagi. Dalle 7, ogni quarto d'ora, il silenzio è interrotto dal rombo provocato dallo scoppio di un mortaretto che viene sparato dalla casa detta 'ri maschi', che si trova su una rocca in alto, a perpendicolo sul Calvario: è il cosiddetto "sparo del quarto".
Il sole è gia alto quando sul sagrato della Matrice giungono i confratelli.
Quando varcano la soglia del portone laterale, in chiesa tutto è già pronto per la solenne liturgia "In Passione Domini".
Con la celebrazione liturgica della Passione la Chiesa intera rivive, nella fede, la morte del Cristo suo Signore; è il silenzio che domina, misto ad un senso di vuoto: la prostrazione silenziosa dei sacerdoti celebranti esprime il silenzio dell'uomo davanti al mistero di un Dio che muore per amore.
La lettura, a voci alterne, del cosiddetto 'Passio' è toccante e coinvolge i cuori.
La chiesa è gremita di fedeli. Tutti si alzano quando dal fondo della navata appaiono i sacerdoti che conducono il simulacro del Cristo coperto da un panno viola.
Pian piano, l'effigie del Cristo in Croce viene liberata dal panno che la occulta. Sacerdoti, confrati e fedeli si prostrano baciando i piedi del Crocifisso 'della Catena', accompagnati da canti penitenziali e inni alla Croce.
La funzione liturgica si avvia alla conclusione. In un ampio locale adiacente l'abside, il corpo del Cristo è adagiato sul lenzuolo che, tra poco, lo sosterrà nella salita al Calvario.
Intanto, i confrati si avviano disponendosi su due file.
Alcuni colpi di mortaretto accolgono il corpo del Cristo all'uscita dalla Chiesa.
Le tristi note della banda accompagnano l'inizio della toccante processione al Calvario. Il simulacro del Cristo, adagiato su un lenzuolo bianco, viene condotto verso il luogo della crocifissione dai sacerdoti.
Alla mesta processione partecipano i numerosi membri delle confraternite 'Bianche', istituzioni laiche la cui presenza a Corleone è documentata già nel XIII secolo, ma riconosciute dalla Chiesa solo due secoli più tardi). Il loro nome deriva dal colore del cosiddetto "cammìsu", il lungo camice di lino indossato dai "fratelli", che hanno il capo coperto da un cappuccio la cui estremità superiore è pieghettata a ventaglio. Il diverso colore della mantella distingue le confraternite (ognuna delle quali ha un compito ben preciso nei riti della Settimana Santa a Corleone ) e serve anche a creare uno spirito di fratellanza che annulla le differenze sociali dei membri.
La processione viene guidata dalla 'Grande Croce' dell'Ospedale dei Bianchi; due fanali, che la affiancano, simboleggiano la luce divina che si inoltra nelle vie del mondo lungo la strada che porta al Calvario.
Tre bambini 'fratelli' trasportano su altrettanti vassoi gli strumenti del supplizio: tre chiodi acuminati, la corona di spine, i martelli.
In origine prendevano parte alla processione nove confraternite. Oggi solo quattro vi partecipano. Quelle di "Maria SS. del Carmelo" fu costituita nel 1600 , si distinguono dal colore marrone dell'abitino ed anch'essi portano una croce da cui pende una lunga benda bianca , dei "Santi Elena e Costantino" (che fu costituita nel 1200 per dare assistenza e beneficenza ai confrati e alle loro famiglie), dei "Santi Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo", e dei "Bianchi dell'Ospedale" (che diede origine alla celebrazione del Venerdì Santo a Corleone nel XV secolo) dei "Santi Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo", di "Maria SS. del Carmelo", dei "Santi Elena e Costantino" (che fu costituita nel 1200 per dare assistenza e beneficenza ai confrati e alle loro famiglie) e dei "Bianchi dell'Ospedale" (che diede origine alla celebrazione del Venerdì Santo a Corleone nel XV secolo). (in ordine di sfilata della processione )Non vi partecipano più quelle dell'Immacolata Concezione, del Rosario, del Soccorso, del Nome di Gesù e del SS. Sacramento.
Ogni confraternita è guidata dalla rispettiva cosiddetta 'bacchetta', un'asta che termina in cima con una piccola croce artisticamente lavorate in argento . La musica della banda tace. Si odono, ora, altri suoni: quello cupo del tamburo coperto da un drappo nero; quelli lugubri dei mortaretti che rimbombano dalla rocca "ri maschi" ; il canto dei fedeli.
La banda riprende a suonare, quando, dopo aver percorso le strade della zona più antica della città, la processione, già lenta, nell'acciottolata erta del Calvario rallenta ancora di più il passo. I gravi movimenti di confrati e fedeli sono accompagnati dalle note di un'austera marcia funebre che fa vibrare i cuori: fu composta tra il 1935 ed il 1936 dal maestro corleonese Pietro Cipolla in memoria del fratello Giorgio ed è a tutti nota semplicemente come "Marcia numero 14", dal numero d'ordine che la stessa occupa nel libretto degli spartiti.
Il corteo giunge alla sommità del colle dove è issata la Croce.
La semplicità del Calvario s'intona con la povertà del rito.
Due sacerdoti salgono sulle scale appoggiate alla croce. Cristo viene issato lentamente e inchiodato.
I fedeli, che numerosi assiepano e circondano il colle, assistono commossi. E intonano tristi canti.
Alle quattro del pomeriggio, un ripetuto sparo di mortaretti (una 'maschiata', come la chiamano i corleonesi) ricorda l'ora che Cristo morì.
Da questo momento, e fino a quando il Cristo non sarà deposto, ininterrotto sarà il commosso pellegrinaggio dei fedeli al Calvario.
Rendono omaggio al Cristo crocifisso anche i confrati dell'Addolorata, che pregano mentre salgono al Calvario.
Poi, giunti sotto la croce, intonano canti, riconoscendosi in Colui che muore e riconoscendo in Lui il fratello che redime dalla schiavitù del peccato del mondo - radice di tutti i mali -, che salva dalle giustizie negate e dalle dignità calpestate.
Mentre sul Calvario prosegue l'omaggio dei devoti al Cristo in croce, nel settecentesco Santuario dedicato a Maria SS. Addolorata (centro di tradizione religiosa e di formazione cristiana, civile e morale), si compie un rito antico: come si usava un tempo, donne e bambini porgono ad un confrate un fazzoletto bianco per asciugare il volto dell'Addolorata.
Dopo, il simulacro della Vergine (l'immagine sacra più venerata dal popolo corleonese, quella che più d'ogni altra parla direttamente al loro cuore), viene preparato per l'imminente lunga processione notturna.
Colpi di tamburo si odono, mentre lunghe ombre già incombono sul paese. Si appressa l'ora delle Deposizione.
La 'Grande Croce' nera guida il corteo delle confraternite che salgono al Calvario: 'Madonna del Carmelo', 'Santi Elena e Costantino', San Giuseppe D'Arimatea e Nicodemo', dei Bianchi.
Il cielo che fa da quinta alla scena sembra dipinto. Cristo, ormai morto, viene deposto dalla Croce. Il momento è suggellato da forti spari di mortaretto e da una toccante marcia funebre intonata dalla banda musicale.
I presenti, in raccoglimento, pregano commossi.
La statua, posta sul lenzuolo bianco, viene portata a valle questa volta dai confrati percorrendo al contrario l'itinerario fatto di giorno. Il passo, lento, segue le cadenze della musica. I fedeli seguono commossi.
Al suono della banda si sovrappone ora il caratteristico rumore della 'troccola' che detta i tempi per l'uscita del simulacro dell'Addolorata dal suo Tempio.
Disadorna, senza la corona, l'Addolorata incontra sul sagrato del Santuario il Cristo deposto. L'incontro della Madre con il Figlio non più in vita è uno dei momenti più suggestivi e commoventi dell'intera giornata: la corale, i confrati e tutti i fedeli intonano canti e lamenti caratteristici corleonesi, accompagnando l'evento in preghiera e in raccoglimento.
Lo sparo di una potente 'maschiata' suggella il toccante momento, a testimoniare e rappresentare l'immenso dolore della Madre per la morte del Figlio.
Il Cristo Deposto viene adagiato nella navata della vicina piccola Chiesa di San Nicolò.
Fuori, i fedeli attendono l'uscita dalla chiesa della semplice 'vara' con il Cristo Morto, adorna di fiori e sormontata da una palma.
Tutto è pronto per la lunga processione. E' già sera quando, lentamente, il corteo si avvia dallo slargo.
La processione (la cui struttura è ancora quella stabilita da un atto del 1863) è aperta dai devoti, che si dispongono su due file e recano in mano i ceri accesi. Alcuni sono a piedi scalzi per grazia chiesta o già ricevuta. Le flebili fiamme dei ceri creano un malinconico alternarsi di luci ed ombre nel quale si riflettono i volti dei fedeli, il loro dolore, il dolore della Madre che ha perso il Figlio.
Alcuni confrati precedono la vara del Cristo Morto. Altri la portano a spalla, facendo ondeggiare la palma che la sovrasta.
Le Serve di Maria e i confrati dell'Addolorata con le lampade accese precedono la disadorna statua dell'Addolorata, portata a spalla.
L'itinerario è rimasto uguale nei secoli. Per ore, la processione, seguita da una moltitudine di fedeli mai stanchi, andrà su e giù per le vie di Corleone toccando tutti i quartieri, percorrendo le nuove larghe strade e le strette vie del centro storico.
La processione si conclude quando è già passata la mezzanotte. Il simulacro del Cristo rientra nella Chiesa di San Nicolò.
Il volto delle Serve di Maria, che, conclusa lo loro processione, attendono l'arrivo dell'Addolorata, tradisce fatica e commozione.
Qualche minuto dopo, sullo slargo sopraggiunge il simulacro dell'Addolorata, che viene accolto dallo sparo di mortaretti che vengono fatti brillare sotto la Rocca Sottana, la cui parete viene illuminata a giorno creando un suggestivo effetto scenico.
Ora anche il simulacro dell'Addolorata può rientrare nella chiesa da dove era uscito.
La lunga giornata si conclude con un'ultima toccante scena: nella Chiesa di San Nicolò i confrati si dispongono a cerchio attorno al Cristo Morto. Inizia il rito del 'bacia piedi'. E' il popolo dei devoti a genuflettersi per primo. Poi, è la volta dei confrati 'bianchi'.
Sul paese non si odono più i rimbombi dei mortaretti e il silenzio del lutto regnerà sovrano fino alla mezzanotte del sabato, quando le campane e la solenne messa annunceranno che Cristo è risorto. Nel giorno di Pasqua, il giorno della vita, l'incoronazione del simulacro della Vergine e la benedizione dei Fiori suggelleranno la gioia per la Resurrezione e concluderanno i riti della Settimana Santa.
Non solo tradizioni e folclore nei riti della Settimana Santa a Corleone, ma presa di coscienza delle radici cristiane della nostra civiltà, dell'appartenenza ad una Chiesa viva, aperta al mondo, testimone di speranza in Cristo Risorto, in sintonia con tutti gli uomini di buona volontà, senza distinzione culturale, religiosa o sociale, onde costruire un'umanità rinnovata nell'amore.
Tutto finirà per poi ricominciare. Un anno ancora e la gente di Corleone (quella che vive qui e quella che ritorna da fuori per partecipare all'evento) si ritroverà unita a celebrare il Mistero della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo. Con immutata devozione percorrerà le strade che lambiscono chiese, vetusti palazzi, vecchie e nuove dimore, nelle quali è scritta la storia di questo paese, di questa comunità che guarda al suo glorioso passato per conservarne la memoria e su essa costruire il proprio riscatto. Ai giovani di Corleone il compito di salvaguardare e tramandare ai posteri tanto splendore, di sentirsi degni eredi dei tanti ingegni che li hanno preceduti, di diffonderne i valori ovunque e a chiunque. Perché la storia di questo paese, le opere che essa ha generato, i segni del forte legame che unisce i corleonesi alla fede, meritano di essere evocati e conosciuti non solo dai suoi figli vicini e lontani, ma da tutti.
Testo di Giovanni Montanti
Tratto dal Video "Il Venerdì Santo a Corleone"